Transazione commerciale, effetti sul conto economico

 

Il perfezionamento di un accordo transattivo di riduzione di alcuni debiti comporta, nel relativo esercizio di competenza, la rilevazione dei corrispondenti effetti contabili, nello stato patrimoniale e nel conto economico. A questo proposito, il principio contabile nazionale Oic 6, par. 6.2.1.1 stabilisce che, nel caso della ristrutturazione del debito – perfezionata a causa della situazione di difficoltà del debitore, e grazie alla conseguente concessione accordata dal creditore – con riduzione della quota capitale e degli interessi, il debitore è tenuto ad imputare a conto economico, alla voce E)20) “Proventi straordinari”, il corrispondente utile da ridefinizione delle passività, pari alla riduzione dell’importo da rimborsare oppure degli oneri finanziari non ancora versati. Tale modalità di contabilizzazione deve, naturalmente, ritenersi valida esclusivamente sino al bilancio dell’esercizio 2015, in quanto dal periodo amministrativo iniziato il 1° gennaio 2016 non è più prevista l’area straordinaria del conto economico (artt. 6, co. 6, lett. g), e 12, co. 1, del D.Lgs. n. 139/2015).
L’iscrizione dell’utile da riduzione del debito è coerente con il principio generale di prudenza (art. 2423-bis c.c.), in quanto costituente un provento realizzato fin dalla data della ristrutturazione, certo e definitivo, non annullabile da perdite future per la stessa operazione di ristrutturazione.
L’imputazione a conto economico del componente positivo di reddito è dovuta al fatto che il beneficio si intende realizzato alla data di ristrutturazione, poiché in tale momento il debitore ha stralciato parte delle proprie pendenze a seguito dell’accordo raggiunto con il creditore.
Non è, pertanto, prospettabile l’iscrizione di tale effetto nell’area ordinaria del conto economico, a rettifica dell’originario costo, come, peraltro, già chiarito della giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 11217/2011): in tale sede, è stato, infatti, precisato che non è corretto affermare che il minor ricavo o introito non sia altro che una perdita su crediti valutata sul piano dei ricavi, essendo invece necessario distinguere tra la svalutazione del credito, configurabile come perdita su credito – che si verifica quando il credito, già determinato, sia stato successivamente scontato o ridotto, ad esempio perché non pagato – e l’eventuale minor introito, che, nelle ipotesi in cui discende dalla determinazione del credito, è il portato della definizione pattizia nella quale, pur eventualmente risultando il credito così definito inferiore a quello unilateralmente preventivato dal creditore, è da escludere qualsivoglia connotato abdicativo. La Suprema Corte ha, inoltre, osservato che sussiste, sotto il profilo sia giuridico che economico, una differenza ontologica – emergente, peraltro, anche dai termini utilizzati per definire i due fenomeni – tra il minore introito (o pagamento) e la perdita su crediti (o la riduzione dei debiti), essendo quest’ultima “configurabile quando già sussiste un “credito” in senso economico o giuridico”.
Ad ulteriore conferma di ciò, si veda anche il chiarimento fornito – in ambito Irap, ma con principi di carattere gerenale e, quindi, universalmente validi – dall’Amministrazione Finanziaria, che ha richiamato proprio il principio contabile nazionale Oic 6, par. 6.2.1.1, per effetto del quale, come illustrato in precedenza, l’effetto reddittuale della ristrutturazione del debito deve essere classificato nella voce E)20) “Proventi straordinari” del conto economico: si tratta, infatti, di un componente di reddito derivante dalla “rettifica di un debito conseguente ad una valutazione, riguardante l’aspetto meramente finanziario, della capacità ad adempiere all’obbligazione” (Agenzia delle Entrate, risposta all’interpello n. 954-688/2013, prot. 5378/14).

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